lunedì 18 aprile 2011

Democrazia a Scienze Politiche?! La facoltà di non permettere

All'attenzione della presidenza di Scienze Politiche, a tutt* coloro che studiano lavorano e vivono la facoltà.

Scriviamo per rendere pubblico e per chiedere conto dell'atteggiamento tenuto giovedì 14 Aprile dalla nostra Facoltà nei confronti del neonato Collettivo di Scienze Politiche. In tale data abbiamo organizzato un incontro con Cosimo Caridi e Paolo Hutter, due giornalisti freelance appena tornati dalla Tunisia, per proiettare le video-interviste da loro realizzate nel viaggio tunisino e quindi per aprire un dibattito sui processi rivoluzionari del Nordafrica. Ma dalla Facoltà di Scienze Politiche, che si definisce facoltà di capire il mondo (...), abbiamo trovato solo porte chiuse in faccia e non solo in senso metaforico, visto che sono state barricate aule vuote per impedirci di tenere l'iniziativa e successivamente ci è stata negata anche la possibilità di poter usufruire della corrente elettrica per proiettare i video nel cortile di via Plana! Che tristezza poi vedere come il feticcio del permesso sia degenerato fino a far diventare un problema anche aver preso in prestito due sedie, per non far sedere per terra i nostri invitati, destino toccato invece a tutti gli studenti e le studentesse venut* al dibattito.

Il Collettivo di Scienze Politiche aveva deciso lunedì di organizzare l'incontro, cogliendo la possibilità presentatasi ad inizio settimana, ed il giorno successivo ha verificato la disponibilità di un'aula, consapevole di essere fuori dai tempi richiesti dalla burocrazia (15 giorni di anticipo!) ma ben sapendo, griglia delle aule alla mano, che un'aula libera nell’edificio di via Plana quel giorno ci sarebbe stata. Dopo aver provato in vari modi ad ottenere l'utilizzo di un’aula, non riuscendoci per impedimenti vari ed eventuali, ci siamo recati in presidenza dove la persona che ci ha gentilmente ricevuti - che ci è sembrata propensa a trovarci un’aula - ha contattato il preside Fabio Armao, riferendoci poi che non c'erano aule disponibili e che l'aula che avevamo scoperto essere libera (aula P) era di competenza d'interfacoltà, quindi la presidenza non aveva autorità su di essa... Sicuri che quell’aula fosse libera, abbiamo deciso di prendercela per svolgerci l’incontro, convinti del nostro diritto ad utilizzarla, dal momento che paghiamo tasse non indifferenti per iscriverci ad un’università di cui non vogliamo considerarci dei clienti ma che viviamo e attraversiamo quotidianamente in prima persona assieme alle persone che ci studiano, lavorano, insegnano, ricercano. Pur di impedirci di tenere l'incontro è stata fatta una scorrettezza palese: la Facoltà ha spostato il previsto seminario dei ricercatori di Scienze Politiche nell'aula in cui ci trovavamo (aula P) - che poche ore prima ci era stato detto non essere di competenza della Facoltà– e ha chiuso a chiave per impedirci di accedervi le porte dell'aula assegnata in precedenza ai ricercatori (aula A).

venerdì 15 aprile 2011

[L'angolo del tazebao] L'Onu pensa a una nuova risoluzione sulla Libia. Non si esclude l'intervento dei caschi blu

A ventiquattr'ore dall'intervento di Obama, Cameron e Sarkozy pubblicato su alcuni quotidiani internazionali in cui si afferma che è «impossibile immaginare che la Libia abbia un futuro con Gheddafi», le Nazioni Unite non escludono un dispiegamento dei Caschi Blu in caso di un cessate il fuoco tra il governo di Tripoli e i ribelli di Bengasi. Lo ha riferito il capo del dipartimento per il peacekeeping dell'Onu, Alain Leroy.

«Sia chiaro che è prematuro parlarne adesso, ma se ci fosse un cessate il fuoco, esso andrebbe monitorato, e si potrebbe ricorrere ai militari delle Nazioni Unite», ha detto Leroy durante una conferenza stampa al Palazzo di Vetro. Che ha sottolineato come l'Onu stia lavorando ad un piano che potrebbe avere un futuro, ma che al momento «non è sul tavolo del Consiglio di Sicurezza», cui spetterebbe il via libera al dispiegamento dei militari.

La Francia chiede una nuova risoluzione Onu

martedì 12 aprile 2011

[L'angolo del tazebao] Una guerra che divide

Da alcuni giorni ho deciso di sospendere la collaborazione al manifesto per dare sfogo al mio disagio nei confronti del giornale, della politica della sinistra in generale e delle complicità diffuse con la guerra contro Gheddafi (perché di questo si tratta). Non scriverò dunque un articolo vero e proprio ma una lettera-intervento. Sono spinto a intervenire dallo scambio un po' rude fra Tariq Ali e Rossana Rossanda a proposito della guerra. L'articolo di Tariq Ali conteneva due considerazioni a mio parere fondate e una conclusione discutibile. Aveva il difetto però di usare un linguaggio grossolano, del tutto improprio in un dibattito civile. I due punti interessanti dell'articolo - oggetto poi della reprimenda di Rossana - riguardano il carattere spurio della rivolta di Bengasi e la volontà dell'Occidente (il triumvirato imperiale lo chiama Chomsky) di dar prova di mantenere malgrado tutto il controllo dell'evoluzione in atto nel mondo arabo e intanto nel Nord Africa. Dell'aspetto dell'articolo su cui dissento dirò dopo. La risentita reazione di Rossanda configura in modo plastico il mio distacco dal manifesto. Rossana non accetta nessuna equidistanza fra i rivoltosi e il regime e di fatto sposa la necessità della guerra visto che i rivoltosi hanno preso le armi e sollecitano i raids. Prendere le distanze da alcuni sottintesi di Sarkozy o di chi per lui, come fa anche Rossanda nel suo articolo, non ha molto senso perché la tesi in campo è appunto che la guerra di Francia-Nato-Onu speculi ad arte sul pretesto di difendere la popolazione libica per legittimarsi ma abbia altri obiettivi, più pesanti.

[L'angolo del tazebao] Napoli porto di guerra

Le portaerei dirette in Libia hanno sostato nel porto partenopeo cariche di bombe, missili e reattori nucleari

Vivere a contatto con un vulcano abitua l'individuo a un fatalismo quotidiano. Ma vivere con lo spettro nucleare a pochi chilometri è cosa ben diversa. Non bastava ai napoletani la presenza del Vesuvio e l'emergenza monnezza a mettere a rischio la loro salute. Ormai da tempo, il pericolo più grande viene dal mare.

Si chiamano Uss Florida e Uss Newport News, e sono due sommergibili a propulsione nucleare. Se ne vanno a spasso per il Mediterraneo, e a volte sostano nei porti più popolati d'Italia. A Napoli il Florida è rimasto in baia tra il 3 e il 4 marzo. Il Newport News l'8 marzo. Cosa succederebbe se si verificasse un incidente a bordo di uno di questi mostri marini?

Come si può vedere dalla foto, i sommergibili sono a pochissimi chilometri da una delle coste più densamente popolate del Mediterraneo. Le due unità navali appartengono l'una alla classe 'Los Angeles' (la Newport News), l'altra alla classe Ohio. La Newport News è stata costruita nella prima metà degli anni '80, è lunga 110 metri e pesa 6.184 tonnellate. Può imbarcare 110 uomini e - come scrive Antonio Mazzeo su Antimafia 2000 - dispone di un imponente arsenale di morte (siluri Mk48 ADCAP, missili per attacco a terra "Tomahawk" block 3 SLCM con una gittata di 3.100 chilomteri e missili anti-nave "Harpoon")". La loro spinta è assicurata da un reattore nucleare ad acqua pressurizzata S6G, dove la S sta per Submarine platform, il 6 per Sixth generation e la G per General Electric, la società realizzatrice dell'impianto nucleare con una potenza di 165 MegaWatt.

domenica 10 aprile 2011

Le bombe umanitarie non fermeranno la primavera araba! Né con la Nato, né con Gheddafi!

Con il via libera dell'Onu, l'appoggio della Nato, il sostegno di alcuni Stati mediorientali “alle dipendenze” dell'Occidente, è iniziata da alcune settimane la guerra in Libia. Sui giornali viene chiamata “guerra umanitaria”, si annunciano “no fly zone”, ma noi sappiamo che è una guerra, e che le “nostre bombe” non porteranno la libertà in Libia, così come non lo fecero in Afganistan o Iraq, o in Jugoslavia. In Italia l’intervento è stato accolto con favore: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ne è il primo sostenitore, anche l'“opposizione” l'ha accolto con favore, nelle trasmissioni televisive i politici litigano su come mai il ruolo dell'Italia all'interno della guerra non è di sufficiente rilievo, dando tutti per scontato che sia un’azione giusta e necessaria. Ma, mentre la politica istituzionale si occupa di elogiare l’intervento italiano in territorio libico, nel nostro paese questa posizione non viene accolta tout court e il dibattito si apre... Un dibattito importante e necessario che però fa fatica ad accendersi socialmente: per l'inesistente copertura dei media mainstream del dissenso alla guerra, per la sostanziale unanimità politica con cui si sta conducendo il conflitto e la faziosità strumentale delle argomentazioni di chi opportunisticamente la critica (vedi Lega Nord). Un dibattito che resta piatto anche negli ambienti della società d'opinione presumibilmente progressista, che si ferma alla dicotomia “o con Gheddafi o con la Nato”. Non possiamo accontentarci di quanto ci viene propinato quotidianamente e, per avere una visione più lucida e consapevole di quanto sta accadendo a due passi da noi, anche in “nostro nome”, sentiamo la necessità di porci alcuni interrogativi.

Dalle piazze al blocco della Commissione Statuto: il filo rosso della mobilitazione No Gelmini

A due anni dall’inizio dell’Onda, lo scorso autunno ha visto studenti e studentesse tornare a gran voce nelle piazze e dimostrare di non aver perso la voglia di lottare, di riprendere parola sul proprio futuro e di non voler accettare a testa bassa il progetto di smantellamento dell’università pubblica propugnato dalla riforma Gelmini.

Con la conclusione dell’iter parlamentare, il 22 dicembre il ddl Gelmini è diventato legge a tutti gli effetti e con l’inizio del nuovo anno gli atenei italiani si sono messi in moto per renderla effettiva all’interno delle facoltà. All’oggi, questo processo si concretizza nella Commissione Statuto, un organo creato più o meno unilateralmente dall'alto nelle singole università ed incaricato di riscrivere lo Statuto delle facoltà secondo i nuovi dettami della legge Gelmini; i nuovi regolamenti dovranno essere redatti in forma di bozza entro aprile e convalidati nel mese di luglio.

La scelta dei membri partecipanti alla Commissione Statuto è di tipo elettivo e prevede la presenza di rappresentanti di tutte le figure che vivono l’università (dai docenti, ai tecnici amministrativi, ai ricercatori, agli studenti) ma vede di fatto l’egemonia decisionale del Rettore e della compagine baronale. Tuttavia, nei mesi scorsi abbiamo assistito a lunghe diatribe e lotte per accaparrarsi un posto a sedere nella Commissione, anche e soprattutto da parte di chi fino a poco tempo prima sbandierava la necessità di bloccare a tutti i costi il percorso della riforma.